Bookmark and Share

Iraq: i cittadini si recano alle urne schivando colpi di mortaio

Articolo a cura di Ilenia Ferrari

Iraq: i cittadini si recano alle urne schivando colpi di mortaio Nella giornata di ieri, in Iraq si sono tenute le elezioni parlamentari. Su 28 milioni, 19 milioni sono i cittadini aventi diritto al voto. Gli iracheni all’estero (1,4 milioni di aventi diritto al voto secondo quanto ha dichiarato Qasim al-Aboudi, alto funzionario dell'Alta Commissione Elettorale Indipendente irachena in una conferenza nella capitale irachena), in 16 paesi, avevano già iniziato a votare la scorsa settimana, come anche alcune categorie: i soldati, gli addetti del settore sanitario e carcerario e i malati che avevano apposto la loro “X” già dalla metà della scorsa settimana (4 marzo), in Iraq, in 450 seggi dove 100 civili hanno perso la vita in seguito a degli attentati.

Le prime domande che dovrebbero venire in mente sono queste: quale coalizione ha vinto? Qual è stata la percentuale di affluenza alle urne? Purtroppo però, alcuni paesi del mondo, ora l’Iraq, ci fanno porre domande differenti, ci lasciano parlare di cifre che riguardano altro: quanti i feriti e quanti i morti? Le elezioni sono state macchiate di sangue dagli attentati che hanno provocato la morte di almeno 24 persone e il ferimento di altre 50, già alle 10:30 del mattino. Due edifici distrutti a Baghdad. Lanci di mortaio ed esplosioni hanno scandito il tempo. Prevedibili, dato che al-Qāʿida aveva “promesso” che avrebbe influenzato il voto, e aveva distribuito a Baghdad volantini per incitare gli iracheni a non recarsi alle urne. Nonostante il colore rosso abbia dilagato, solo 2 su 50,000 seggi sono stati chiusi – per motivi di sicurezza.

Iraq: i cittadini si recano alle urne schivando colpi di mortaio I militari (circa 500,000) sono stati dispiegati nei seggi e nelle strade per arrivarvi (rigorosamente a piedi), per garantire la sicurezza. Il confine con l’Iran è stato chiuso. Nonostante sia stata una domenica di sangue, tra morti feriti e macerie, le file alle urne sono state lunghe, segno della fiducia che il popolo iracheno riponeva in queste elezioni.

Al-Maliki aveva invitato gli iracheni a recarsi numerosi alle urne, per cambiare la situazione del paese grazie al processo politico, grazie alla democrazia, e non a colpi di mortaio. Il presidente Jalal Talabani ha definito il 7 marzo come un «giorno storico, in cui il vincitore assoluto è il popolo iracheno». Barack Obama ha lodato altresì il coraggio del popolo iracheno che nonostante tutto si è recato alle urne.

Iraq: i cittadini si recano alle urne schivando colpi di mortaio Nella giornata di domenica scorsa dunque si è tenuta la seconda votazione parlamentare degli ultimi 7 anni (la prima nel 2005); da quando il 20 marzo 2003 una coalizione capeggiata dagli Usa invase l’Iraq dando l’avvio a quella che prende il nome della Seconda Guerra del Golfo, o Guerra d’Iraq e che terminò il 1° maggio dello stesso anno. Tuttavia il conflitto si è trasformato in guerra civile che finora ha visto coinvolte più parti: le forze internazionali (più paesi poi hanno inviato i loro contingenti in Iraq) e il governo –appoggiano dalle milizie curde e sciite- versus un movimento composto da più blocchi: ex membri del Baʿth e dell'esercito, gruppi religiosi, etnici o tribali o, addirittura, gruppi terroristici legati ad al-Qāʿida.

Fortunatamente questa guerriglia ha rallentato un po’ i ritmi negli ultimi tempi, ma non si è conclusa, tanto che nella giornata di sabato (6 marzo), dei gruppi legati ad al-Qāʿida hanno mostrato il loro dissenso: nella città (santa) di Najaf un’autobomba ha ucciso quattro pellegrini iraniani, ferendo altre 60 persone (di cui la metà iraniana). Questi episodi compromettevano la posizione di al-Maliki, promotore della sicurezza. Sono per lui cattive notizie come lo sono per il resto dell’Iraq. Queste elezioni sono fondamentali per il futuro del paese: i 18 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne per scegliere i 325 membri del Parlamento. L’esito delle elezioni, nonché l’abilità del governo nel mantenere una posizione affidabile sarà importante nel determinare se il Paese potrà continuare a camminare da solo dopo la riduzione delle truppe americane e il successivo ritiro completo (2011), o se la presenza americana dovrà continuare a fare ombre sul territorio iracheno.

I candidati in lizza:

Iraq: i cittadini si recano alle urne schivando colpi di mortaio Vediamo le coalizioni maggiori. La prima, vincente nelle elezioni precedenti è lo State of Law (Stato di diritto), il gruppo con a capo al-Maliki. Il nucleo del gruppo è rappresentato dal partito Da’wa, e nonostante le sue radici siano islamiche, Maliki ha cercato di secolarizzare la sua piattaforma con un programma che focalizza il suo impegno in favore della sicurezza, dei servizi, e che promuove l'unità nazionale. Secondo Tariq Harab, uno tra i più noti avvocati iracheni, «È l'unica coalizione con un vero leader. Se vince si sa chi andrà al potere. Le altre sono frammentate e ognuno pretende la poltrona più alta».

La United Iraqi Alliance (INA, Alleanza irachena unita), nata dalla ex- coalizione sciita di maggioranza, è stata costruita attorno a due gruppi sciiti di ispirazione religiosa: il Consiglio Supremo islamico iracheno (ISCI), guidato da Ammar al-Hakim e il movimento che fa capo al religioso radicale,e antiamericano, Muqtada al-Sadr. Questa sembra essere la coalizione d’opposizione maggiore. Sunniti e curdi compaiono simbolicamente nella lista. Tra i potenziali pretendenti alla poltrona di premier presenti nell'INA, il ministro delle Finanze Bayan Jabr (ISCI) e, in due diversi partiti, l'ex premier Ibrahim Ja'afari e il controverso Ahmad Chalabi.

La sorpresa potrebbe essere Iraqiya, la lista nazionale irachena. Formatasi attorno all'ex premier Iyad Allawi, è una coalizione nazionalista, in cui figurano anche diversi esponenti sunniti. Si oppone alla polarizzazione etnica e confessionale e punta a preservare l'unità. Allawi, uomo forte, è uno sciita laico che deve contenere le ambizioni dell'altro uomo forte, lo sciita Hashimi. Meno influente l'Alleanza per l'unità dell'Iraq, altra coalizione nazionalista del ministro degli Interni, Jawad al-Bulani. Nessuno però, potrà fare a meno della Kurdistan Alliance, la coalizione che comprende tre partiti curdi tra cui quello dell'attuale presidente iracheno Jalal Talabani.

I seggi sono stati chiusi alle 17 di ieri. Secondo alcuni dati preliminari ottenuti stamane dall'Agence France Presse, l'Alleanza per lo Stato di Diritto del premier iracheno uscente Nouri al Maliki sarebbe in testa nelle elezioni politiche svoltesi ieri,. Sempre la stessa agenzia parla di dati non ufficiali che fisserebbero tra il 55% e il 60% l'affluenza alle urne. Gli exit poll però sembra non diano al-Maliki vincente di nuovo ma lo spoglio delle schede sarà un lungo processo, i cui risultati preliminari si potranno avere forse in una decina di giorni mentre i risultati definitivi saranno noti a fine mese, più o meno. L’assemblea neonata si riunirà allora per dar vita al nuovo governo. La preoccupazione maggiore sembra quella che si crei un vuoto di potere da ora alla nascita del nuovo governo, che invogli i ribelli a farsi avanti.

it.wikipedia.org
www.osservatorioiraq.it
it.reuters.com
www.ilmessaggero.it
news.bbc.co.uk
www.wikio.it