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No man’s land

Yemen: nel Nord mediazione del Qatar e dei capi tribù per il cessate il fuoco

Articolo a cura di Carlotta Caldonazzo

No man’s land 25/7/2010 – Il parlamento yemenita ha deciso il 21 luglio scorso di convocare i ministri dell’interno e della difesa dopo quattro giorni di violenti scontri tra le tribù appoggiate dal governo e gli Houthis nel Nord del Paese, che hanno causato più di 50 morti e decine di feriti. Secondo fonti locali i combattimenti, i più sanguinosi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, sono iniziati quando una di queste tribù ha attaccato una postazione dei ribelli sciiti a Harf Sufyan, nella provincia di Amran. Poco dopo alcuni blindati dell’esercito regolare sono stati visti arrivare sul posto da Al Amar (provincia di Saada) a sostegno delle tribù guidate da Saghir bin Aziz. Mercoledì gli Houthis hanno cercato di impossessarsi della postazione militare di al-Zaala (vicino Harf Sufyan), riuscendo ad occupare uno dei suoi baluardi principali. La battaglia, in cui si sono contate 26 vittime, è andata avanti per tutta la notte fino alla mattina di giovedì, e alla fine l’esercito è riuscito a riprendere il controllo della zona. Secondo il giornalista Mahmoud Taha ad accendere gli scontri sarebbero state invece le tribù sostenute dal governo, che hanno tentato di bloccare la strada tra Saada e Sana’a dopo che gli Houthis avevano sequestrato case e fattorie di proprietà di Saghir bin Aziz. Giovedì pomeriggio le due parti si sono accordate per un cessate il fuoco entrato in vigore sabato (dopo una ripresa del conflitto nella notte di venerdì), grazie alla mediazione dei capi tribù locali guidati da Sheikh Qasim Obeyda. Il portavoce degli Houthis Mohamed Abd al-Salam ha definito ben accetta qualsiasi iniziativa in questo senso purché i mediatori siano neutrali e purché non siano tese imboscate ai danni dei suoi seguaci. Ha aggiunto poi che il problema è che l’esercito di Sana’a non ha rispettato la tregua dal momento che i suoi reparti hanno continuato ad attaccare i ribelli da Nord e da Sud. Obeyda ha riferito inoltre ad AFP che sia gli Houthis che la tribù di bin Aziz si sono persuasi della necessità di porre fine al conflitto e che grazie alla tregua è stata riaperta la strada tra Saada e Sana’a, una volta rimosse le mine. Per i rifugiati e le vittime civili del conflitto invece sabato l’ambasciatore algerino in Yemen ha consegnato un milione di dollari al ministro degli esteri yemenita e al presidente dell’unità operativa per la gestione dei campi profughi. La somma sarà destinata soprattutto alle operazioni di soccorso.

L’accordo per il cessate il fuoco era stato firmato lo scorso febbraio, ma i combattimenti sono proseguiti ad intermittenza fino a questi ultimi giorni e ognuna delle due parti ha sempre attribuito all’altra la responsabilità delle violazioni dell’accordo. Per fermare la spirale di violenza, l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani, durante la sua visita ufficiale a Sanaa dell’inizio di luglio, ha parlato a lungo con il presidente yemenita Ali Abd Allah Saleh della necessità di riportare in vigore l’accordo di Doha siglato nel 2007 (anche allora con la mediazione del Qatar).

In risposta alle dichiarazioni di alcuni parlamentari della provincia di Saada (secondo i quali sarebbero in corso scontri tra gli Houthis e le tribù, sostenute dal governo), Mohamed Abd al-Salam, portavoce dei ribelli sciiti, ha spiegato che i suoi seguaci combattono contro l’esercito yemenita, non contro le tribù locali, come dimostra la maggior concentrazione degli scontri attorno alle postazioni militari. Quindi per riportare la pace è indispensabile che il governo fermi le sue aggressioni. Un passo avanti per fermare la violenza sarebbe inoltre la liberazione dei prigionieri Houthis e l’impegno da parte delle istituzioni della regione in vista della pace e della ricostruzione. I ribelli accolgono con favore l’iniziativa del Qatar e qualsiasi proposta di dialogo nazionale con i partiti di governo e dell’opposizione, ma nutrono seri dubbi sul fatto che il governo yemenita abbia intenzione di impegnarsi seriamente per trovare una soluzione definitiva. Accusano infatti Sana’a di sfruttare le questioni che affliggono il popolo per rafforzare la loro posizione nei conflitti politici interni e regionali. Il suo unico interesse, sempre secondo Abd al-Salam, è ottenere aiuti economici internazionali e rafforzare il proprio dominio politico e militare. Secondo il governo di Sana’a invece sarebbero gli Houthis a violare continuamente il cessate il fuoco dello scorso febbraio, non solo assaltando reparti dell’esercito e della polizia, ma anche installando posti di blocco lungo le vie principali della regione e attaccando le tribù locali. Secondo il ministero dell’interno inoltre i ribelli negli ultimi giorni avrebbero ucciso 11 persone (di cui tre ufficiali) in un’imboscata, ma gli Houthis hanno respinto le accuse.

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