Con la coda dell’occhio
Articolo a cura di Luisa Bianco
(25/07/2010) Ripercorrendo lo stesso tratto di strada a distanza di due giorni, in direzione opposta, immagino ora una famiglia in lutto.
Il 18 Luglio una ragazza di sedici anni si è lanciata dal treno che da Casablanca andava verso Marrakech perdendo la vita. Il treno è rimasto come sospeso nel nulla per circa tre quarti d’ora. Senza capire, pensavo si trattasse di un guasto tecnico, magari dovuto all’eccessivo calore (circa 45 °C), tuttavia, da queste parti è la norma raggiungere certe temperature in questo mese.
Con il treno di nuovo in corsa, il vicino di posto comunica agli altri passeggeri l’accaduto, in inglese e senza possibili fraintendimenti. La ragazza si è suicidata, lasciando nel compartimento i genitori con cui viaggiava. Questa vorrei che fosse presa come una dovuta comunicazione.
Ho provato a giocare al ruolo della turista, per un paio di giorni, ma, a quanto pare, non ero abbastanza decisa e non sono riuscita nella standardizzazione dei sensi di fronte a realtà e persone tanto diverse tra di loro. Il turista ben deciso a trascorrere ore liete della sua vita in posti ameni del Marocco, sembra quasi totalmente impermeabile a quello che gli capita sotto gli occhi. Così lo si vede con la medesima espressione di fronte ai bambini che giocano a fare i pugili nella tanto rinomata Djemaa el-Fna di Marrakech , di fronte a couscous finti e insipidi venduti a prezzi gonfiati nella piazza principale di Essaouira, passeggiando per le fresche e piacevolmente ventose vie di quest’ultima così come sotto il 47 °C in pieno tanfo di urina e feci di cavallo nei pressi della già citata Djemaa el-Fna.
Ho desistito dall’impresa, preferendo, invece, continuare a giocare con la coda dell’occhio. Questo gioco mi è stato insegnato (senza bisogno di parole) da una bambina di tre anni. La dinamica è identica a quella del Bu Bu Settete, ma anziché usare le mani per nascondere il volto, si usano le rispettive code degli occhi. Ci si siede una accanto all’altra, i corpi rimangono immobili, anche i visi, a muoversi sono solo gli sguardi. Quando le code si sfiorano ecco che chi se ne accorge prima vince e il gioco inizia di nuovo.
Scodinzolando con la coda dell’occhio si scoprono molte cose. Innanzitutto si comprende nell’immediato che questo è un linguaggio, che, insieme a tutti gli altri, contribuisce a creare una rete di messaggi e comunicazioni molto fitta e vivace. Un po’ come le reti intrecciate dei pescatori di Essaouira, provando a tenere vicini e in alcuni punti annodando le corde dei codici si possono cogliere le intenzioni delle persone e seguirne la forma per vedere dove ci portano. Come la rete con l’acqua, con la differenza che non necessariamente si devono prendere i pesci.
In questo modo mi è stato possibile vedere l’uomo che vende gioielli, e, assecondando il suo sguardo, sono andata a finire nell’angolino in basso a sinistra! Incredibile come in uno spazio di circa un metro quadrato si possano racchiudere così tanti oggetti carichi di significati. A partire dai vestiti, continuando con l’immancabile tavolino da tè, e, ancora, la televisione con videoregistratore. Mi ha raccontato un po’ della sua vita, degli spostamenti che lo hanno portato dal Sahara a Essaouira e da qui in giro per l’Europa per commercio. Tuttavia, ogni volta, per quanto lungo potesse essere il viaggio, ha sempre sentito il bisogno di tornare in Marocco. Mi raccontava ritagli di vita mentre indossava la jehab (lunga tunica blu), quasi si stesse mettendo a suo agio e nei suoi panni. Essaouira non è la sua città natale, lui è un tuareg del Sahara marocchino (anche parecchio orgoglioso di esserlo) e vanta doti canore di cui mi ha fatto vedere e ascoltare alcuni esempi.
E’ il giorno del matrimonio di una giovane parente e, per augurio, a turno, gli uomini cantano delle strofe che dedicano ai novelli sposi. Ogni strofa è intervallata da battiti di mani e di piedi al cui ritmo si avvicinano la due file, una di uomini, l’altra di donne, per allontanarsi subito dopo. Mohamed, questo il suo nome, mi spiega, con grande pazienza, i contenuti delle strofe e chi sono le persone che le intonano. Specifica più volte che questa è una cerimonia tuareg, che i maestri di canto hanno esperienze decennali nella composizione di strofe e che, periodicamente, si svolgono competizioni canore per stabilire chi è il più abile.
Gli occhi di Mohamed brillano quando mi indica il video del matrimonio (datato 2005) e percepisco chiaramente la sua voglia di condivisione. Per chi crede che tutto ciò sia dovuto a scopo commerciale mi sento di dire che non è così, in quanto ciò che dovevo acquistare era avvolto nella carta e le trattative erano già state affrontate.
L’apertura reciproca è avvenuta per gradi, prima delle parole l’interesse è stato colto altrove e in modo chiaro. E’ stato un reciproco venirsi incontro e, là dove le parole non arrivano, vorrei che venisse colto l’invito a provare con i propri occhi..!




