Bookmark and Share

Africa-Italia. Storia di una migrazione

L'équipe di Dossier Immigrazione Statistica presenta il libro frutto del viaggio studi 2010. Dibattiti ed auspici con e per una nuova Africa

Africa-Italia. Storia di una migrazione "Banke i Afrika, Nga baa bol bé nyoo - Vanno in Africa, ma non ci arriveranno mai". Così si conclude la poesia del poeta camerunense Ndjock Ngana, che apre a suon di bongo la conferenza tenutasi il 16 luglio scorso per la presentazione del libro "Africa-Italia, storia di una migrazione". Parla di sfruttamento Ngana, e di un'Africa che ha sempre vissuto un'esistenza di subordinazione alle grande potenze.

Inizia nel XV secolo con la tratta degli schiavi e si protrae fino ai giorni nostri il continuo depauperamento dei vasti territori africani da parte del cosiddetto Primo Mondo alla ricerca di ricchezze, quali il petrolio, per citare la più importante, che l'Occidente non possiede.

Il Prefetto Angelo Malandrino, direttore centrale per le Politiche dell'immigrazione e dell'asilo, ha deciso di assumere i costi della pubblicazione del libro dopo aver saputo del viaggio studi svoltosi a Praia, capitale di Capo Verde, dal 20 al 26 febbraio 2010. Qui ha avuto luogo per la prima volta, dice Malandrino, un confronto diretto con gli africani.

La scelta di Capo Verde come sito dell'incontro non è stata casuale, spiega l'Ambasciatore di Capo Verde in Italia José Eduardo Barbosa. E' qui, e nell'isola di Santiago precisamente, che iniziarono le deportazioni degli schiavi neri in America. Ed è sempre da qui che partirono le prime migrazioni africane verso l'Italia negli anni '60.

Un legame antico dunque quello che intercorre fra il nostro Paese e l'immenso continente africano. "In un mondo globalizzato e sviluppato, dice Barbosa, l'immigrazione dovrebbe essere un interesse comune. Si tratta di valori, di diritti umani."

Un video, frutto della TwoMoro's production, e una presentazione gestita da Maria Paola Nanni, redattrice del Dossier Immigrazione Statistica - Caritas/Migrantes, illustrano alcuni dati rilevanti. Attualmente gli africani nel mondo sono un miliardo e nove milioni, destinati a raddoppiare entro la prossima metà del secolo. A questo sviluppo demografico difficilmente farà seguito anche quello economico. L'età media è di 19 anni; un'età che gioverebbe all'agricoltura, costituente il 70% della produzione economica, se non fosse che alla grande ricchezza delle terre si contrappone in Africa una smisurata miseria. Sui 33 Paesi che si trovano sotto la soglia estrema di povertà, 31 sono africani. Sei abitanti su dieci sono disoccupati, e la maggior parte non vive che di agricoltura di sussistenza. Benché l'anno 1960 sia convenzionalmente riconosciuto come la data di indipendenza dei Paesi africani, il loro destino rimane tutt'oggi legato a Europa e America. Tra coloro che fanno la valigia per dirigersi verso i ricchi paesi occidentali, vi sono anche innumerevoli casi di migrazioni interne: gente povera che dai paesi più a sud va nel Maghreb, ed in Marocco prevalentemente, nella speranza di poter sostenere dall'estero le proprie famiglie attraverso le rimesse annue (che ammontano a circa 40 milioni di dollari) senza tuttavia lasciare il proprio continente.

Nel nostro Paese, dove il 72% dell'immigrazione africana si trova al nord, e il 50% è costituita da marocchini,il loro inserimento lavorativo si è diffuso principalmente nel campo industriale. Mentre all'inizio l'impiego in questo settore portava dei vantaggi, la crisi globale ha oggi determinato un indebolimento del settore e quindi anche una deterioramento delle garanzie di cui gli operai godevano.

Per non parlare poi del consistente aumento di comportamenti di chiara impronta razzista rilevati tra i nostri connazionali. Gli stranieri di origine maghrebina sono spesso costretti a subire appellativi degradanti e offensivi: “delinquenti”, “negri”, “criminali”, “marocchini” (quest’ultimo è ormai utilizzato come primo nome quando ci si riferisce ai venditori ambulanti clandestini, indipendentemente dalla loro provenienza, ed ha assunto un’accezione palesemente negativa, perdendo la sua denominazione per gli abitanti del Marocco).

Tuttavia “Non si può parlare di una sola grande Africa, ma di molte e variegate Afriche. Non si possono unire in un unico fascio le nazioni arabe del nord, più sviluppate, da quelle dell’Africa sub sahariana” afferma il Consigliere Aggiunto dell'Africa a Roma, Viktor Emeka Okeadu, anche presidente della diaspora africana a Roma, “Scrivere e raccontare l’Africa è difficile”

Nonostante non sia stato un compito facile trattare le diverse tematiche, i rappresentanti africani sono riusciti comunque a profondere un'atmosfera di grande accoglienza, integrazione e coinvolgimento. Stephen Stanley Okey Emejuru, già mediatore del Forum per l’Intercultura della Caritas di Roma, è presentato dal coordinatore Franco Pittau come un mito. Di fatto, lo è. Invita i presenti ad alzarsi; fa loro riprodurre il vento, la pioggia. Introduce tutti nel clima africano, fa sentire l’anima, percepire cosa realmente l’Africa sia. “Nelle difficoltà l’africano ha sempre il sorriso” esordisce, “in Africa vi è lo 0% di suicidi”. Per Stephen “la partecipazione è l’unica condizione per essere cittadini di qualsiasi Paese”. Per questo i figli di immigrati nati in Italia dovrebbero avere diritto alla cittadinanza italiana.

Anche il comboniano Padre Claudio, con i suoi trent’anni di missione in Africa, è convinto, per riprendere le parole di Mons. Comboni, che l’Africa vada salvata con l’Africa. Una frase di Padre Claudio, forse troppo diretta, ma sicuramente incisiva, fa riflettere sulla sua veridicità: “Noi, il Primo Mondo, abbiamo un po’ più di tecnologia…ma quanta deficienza!”. La storia dell’Africa al contrario, per citare Moravia, è la sua anima. Una ricchezza che supera forse quella dei suoi immensi territori. E’ compito di Padre Giulio Albanese, invece, una personalità estremamente viva ed attiva, divulgare notizie scomode, che stupiscono e colpiscono. Il PIL dell’Africa sub sahariana, dice, nel 2009 era di poco inferiore alla metà di quello italiano; e se a questo si toglie quello del Sud Africa, scenderebbe ai livelli del Belgio. Un valore infinitesimale per una tale vastità di terre.

Parla di Mogadiscio Padre Giulio, quasi con rabbia. Prima emergenza al mondo a livello sociale con 3 milioni di sfollati interni, che cercano rifugio nei Paesi maghrebini. Denuncia l’indifferenza dei media e dell’Occidente, e sostiene fermamente che “l’Africa non è povera, è impoverita!”. Impoverita da un Primo Mondo, aggiungerei, che forse avrebbe solo molto da imparare dall’anima africana.

redazione@arabismo.it