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La sciabola e la virgola: presentazione del libro di Cherif Choubachy

L’Arabo: prigione degli arabi?

Articolo a cura di Giusy Regina

La sciabola e la virgola: presentazione del libro di Cherif Choubachy 2/12/2009-Il 2 Dicembre 2009 si è svolta la presentazione del libro La sciabola e la virgola di Cherif Choubachy, nella biblioteca Bibli di Roma, in zona Trastevere. Alla presentazione era presente l’autore stesso, Giuliano Lancioni, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università di Roma Tre e Zouhir Louassini, giornalista della Rai.

Lo scrittore, ex-viceministro della cultura in Egitto, introduce sin dalle prime battute il controverso concetto di “schizofrenia linguistica”, legato alla questione che gli arabi parlano una lingua e ne scrivono un’altra. La tesi centrale dello scrittore, che lo ha costretto a rassegnare le dimissioni dalla carica nel 2006, ruota intorno all’equazione secondo cui l’immobilità della lingua araba sarebbe una delle cause principali dell’immobilismo della società. Il ritardo del mondo arabo è stato analizzato da molti autori e da svariati punti di vista, cercando di dare una panoramica di cause e concause volte a spiegarne la natura e l’evoluzione. La teoria di Choubachy rappresenta sicuramente un punto di rottura, una “bomba” che, lanciata in fretta, ha suscitato reazioni alquanto divergenti. L’autore insiste sull’importanza dell’evoluzione della lingua, in quanto essa riflette la visione del mondo e il modo di pensare dei suoi parlanti. Se la lingua araba non si evolve dunque, come può farlo la società? La questione è sicuramente complessa da affrontare, considerando soprattutto che l’Arabo è la lingua sacra di Dio e del Corano e attaccarla significa attaccare l’Islam, con tutto ciò che ne consegue.

Choubachy propone una sorta di riforma della lingua, una semplificazione di quell’Arabo troppo complesso, che mal si sposa con le esigenze che l’era della comunicazione impone. La sua idea non sarebbe l’adozione del dialetto anche come lingua scritta, bensì di una lingua definibile “Arabo mediano”, a metà strada tra la lingua standard e le koinè regionali. Risulta evidente però come la standardizzazione di questa “varietà” sarebbe tutt’altro che semplice, considerando che attualmente vi è già un “accordo” sull’utilizzo nello scritto di quello che viene appunto chiamato Arabo standard. Secondo Choubachy però, il problema resta la complessità della grammatica e della sintassi, che porta gli Arabi a non padroneggiare quella che dovrebbe essere la loro lingua “naturale”. Ma a questo punto sorge inevitabilmente una domanda: come è possibile che studenti stranieri che imparano l’Arabo arrivano ad una elevata competenza sia nello scritto che nel parlato, superando la sua fantomatica complessità? Che questa sia una lingua tutt’altro che facile è fuori discussione, ma a questo punto bisognerebbe interrogarsi sul sistema educativo e didattico vigente nei paesi arabi.

Il tema ha ovviamente suscitato molto interesse tra i presenti che sono intervenuti con domande, collegamenti e considerazioni o con semplici curiosità. Fino a che punto è la lingua a strutturare la società e non viceversa? Più che la lingua, non si dovrebbe considerare la religione la vera prigione degli arabi? E ancora, se si necessità una “riforma” di semplificazione della lingua, chi dovrebbe farsene promotore e come? In difesa della sua tesi, l’autore risponde, a volte con una certa ridondanza, basandosi sui principi chiave che l’hanno costituita. Innanzitutto egli sostiene che la visione dogmatica della religione islamica influenza inevitabilmente tutto il resto negativamente, in quanto non si riescono a separare due piani: quello spirituale, sicuramente eterno e quello sociale, che dovrebbe essere flessibile e dinamico, un panta rei, come direbbe il filosofo Eraclito.

Tutte le considerazioni fatte a riguardo hanno sicuramente un fondo di verità, ma il problema è che ogni qual volta si estremizzano le posizioni non si riesce a trovare un punto di contatto che sia rappresentativo: in medio stat virtus. La tesi di Choubachy è senza dubbio interessante, soprattutto in quanto fornisce molti spunti di riflessione ed invita al dibattito. Forse il problema sta proprio nel suo eccesso, che tende ad oscurare ciò che di veritiero sicuramente implica. Che la lingua debba essere considerata un elemento importante nell’analisi della crisi del mondo arabo è indiscutibile. Il problema è lo status che le si impone. E se fosse l’altra faccia della medaglia a dover essere considerata? Può essere che la lingua non si evolva a causa della società che non si evolve e non il contrario. Appare evidente che il rapporto di causa-effetto che descrive Choubachy nel suo libro non è poi così trasparente e lineare, soprattutto per quel che concerne lo sviluppo della sua teoria e le sue implicazioni.