Bookmark and Share

Tagliato per l'Esilio – di Karim Metref

Racconti di un esule cabilo in terra propria

Testo e intervista a cura di Alessandra Fabbretti

Tagliato per l'Esilio – di Karim Metref L'associazione Un Ponte Per.. nel suo ultimo reading letterario del 28 aprile scorso presso il centro culturale Apollo 11, ci ha portato nelle lontane terre della Cabilia, regione montuosa dell'Algeria settentrionale, in cui l'autore, Karim Metref, è nato e vissuto per oltre trent'anni.

In Tagliato per l'Esilio (ed. Mangrovie), un libro all'apparenza piccolo e semplice, è racchiuso un tema dalla valenza pesante e profonda, quella dell'esilio, inteso in maniera bipolare: non è in esilio solo chi fugge dalla propria terra, ma anche chi rimane, chi abbraccia una mentalità diversa da quella della massa, o chi è costretto a vivere una condizione diversa. In questi ultimi Metref si identifica: all'età di ormai trent'anni lascia il suo paese per stabilirsi in Italia, e qui capisce fino a che punto il suo esilio sia stato lungo e reale. Ma non biasima il suo destino, anzi da questo trae la forza per continuare a scrivere e impegnarsi per la causa dei cabili e di molte altre minoranze con le quali condivide, appunto, tale condizione.

Corollario a questa tematica è la situazione dei cabili d'Algeria e della loro lingua, entrambi divenuti oggetto delle politiche di repressione in vista dell'ideale panarabista prima, e di adesione al regime d'Algeria poi. Solo nel 1995 è stato concesso l'insegnamento della lingua berbera nelle scuole, così da questo estremo ritardo dipende la debolezza di una lingua antica e ricca, limes di racconti e poemi che hanno influenzato greci, romani e arabi, ma che non sono mai stati messi per iscritto, così da essere ancora più debole ai tentativi nazionalistici di repressione. Solo nel XX secolo grazie al lavoro di vari intellettuali, tra cui spicca il nome di Mouloud Mammeri, autore della prima grammatica berbera, comincia a farsi avanti una produzione letteraria scritta, che viene sfruttata sia per imporre l'”esistenza” di un popolo (con la sua storia, cultura e tradizioni), che per affrancarsi dal giogo francese e algerino.

Metref ricorda al pubblico di essere nato in una generazione in cui era naturale conoscere tre lingue, e saperle parlare senza difficoltà già dall'infanzia: l'arabo, il francese e il berbero. La facilità con cui poteva destreggiarsi nell'usarle gli ha reso in futuro meno arduo il compito di trasferirsi in un altro paese e assimilarne l'idioma. Ma ancora più semplice è stato tagliare il cordone ombelicale con la terra madre e la propria gente, che non lo aveva mai del tutto accettato per via del suo amore per la conoscenza e le culture altre (venendo questo interpretato come un rifiuto delle propria “cabilità”), benché l'amore e l'attaccamento che questo scrittore nutre per la sua terra e il suo passato sia quasi palpabile, leggendo le pagine del suo libro.

Tagliato per l'Esilio è una raccolta di racconti in cui tutti questi argomenti si intrecciano e si valorizzano: i protagonisti sono degli esuli che, a modo loro, realizzano la loro condizione e tentano di combatterla. Lo sfondo è costituito dai paesaggi delle meravigliose valli della Cabilia, di cui Metref ricorda i colori, i suoni e le usanze centenarie.

Tagliato per l'Esilio è una raccolta di racconti in cui tutti questi argomenti si intrecciano e si valorizzano: i protagonisti sono degli esuli che, a modo loro, realizzano la loro condizione e tentano di combatterla. Lo sfondo è costituito dai paesaggi delle meravigliose valli della Cabilia, di cui Metref ricorda i colori, i suoni e le usanze centenarie.

Intervista con Karim Metref:

Quando e da cosa nasce la sua passione per la scrittura?

Io sono appassionato per il racconto, per il narrare. La forma più bella, più calda, più umana di narrare è quella orale. Io ho imparato fin da piccolo, da mio nonno, a narrare a voce. Mio nonno, che era molto colto e che scriveva anche delle cose molto belle, prediligeva questo mezzo.  Io ho avuto la fortuna di nascere prima della diffusione della TV. Mi ricordo del primo televisore entrato in casa nostra e di come ha cambiato la vita della famiglia. Però ho avuto la fortuna di stare serate intere ad ascoltare i miei nonni raccontarci storie e aneddoti dei tempi passati. Raccontavano quasi sempre le stesse storie, ma non ci stancavamo mai di sentirle. Oggi, quando posso, racconto volentieri le mie storie, a voce. Ma siccome non è più questa l'era dell'oralità, allora le affido alla carta (o alla memoria elettronica).  Infatti non mi considero scrittore ma uno che racconta storie: un cantastorie, quasi. 

Tagliato per l'esilio è una biografia, una denuncia, voglia di comunicare pensieri ed eventi, o tutte queste cose insieme?

Tagliato per l'esilio sono tante cose. Una riflessione (su base autobiografica, perché credo che bisogna sempre mettersi di mezzo e parlare di sé prima di parlare degli altri). Una riflessione sul tema dell'esilio, del mio e di quello di tutti noi. È anche una raccolta di racconti brevi che si svolgono, come la mia vita, prima in Cabilia e poi mano a mano si spostano verso l'esilio, verso l'Europa. L'ultimo racconto si svolge tutto a Milano. Nasce, come dicevo, dal bisogno di narrare, ma anche dalla voglia di riflettere sullo spinoso tema dell'esilio. Un tema carico di simbologia e anche spesso di ideologia. Nel mio percorso attuale cerco di desacralizzare la madre patria, le appartenenze fasulle, per far riconoscere le vere appartenenze, quelle che veramente fanno ciò che noi siamo.

Lei negli anni si è impegnato in numerose attività a tutela dei diritti dei Berberi. Ritiene che la situazione sia migliorata? Qual è l'aspetto più grave di questa questione?

Io sono entrato all'età di 17 anni a far parte del Movimento Culturale Berbero (MCB). Sono cresciuto in una Algeria dove non era vietato parlare berbero ufficialmente (come in Libia ad esempio) ma dove la gente ti guardava male se lo usavi in pubblico nelle città. Scriverlo, invece, o avere documenti scritti in questa lingua ti portava dritto in galera. La nazione era una e indivisibile ed era obbligatoriamente araba e musulmana. Nessuna sfumatura era possibile. Il governo non ci spiegava perché, se eravamo arabi, più della metà del popolo non sapeva parlare questa lingua e l'altra la parlava male. Kateb Yacine, il grande scrittore e drammaturgo algerino poneva a quei tempi il problema in questi termini: "Se noi siamo arabi, perché dovete arabizzarci? E se non siamo arabi, perché dovete arabizzarci?" I primi scontri di piazza sono avvenuti nel 1980 (la Primavera berbera di Tizi Ouzou) dopo di essa nasce il movimento.  Abbiamo lavorato per decenni per il riconoscimento della nostra storia, della nostra cultura e della nostra lingua. Abbiamo conquistato tante vittorie, acquisito tanti diritti. Ma la strada rimane lunga. Il movimento si è stancato molto. L'MCB addirittura è scomparso anche se tanti suoi militanti sono sempre attivi. La lingua si studia a scuola ma poco e male. La costituzione Algerina e quella marocchina finalmente riconoscono l'origine berbera del Nord Africa e il diritto delle popolazioni berberofone di mantenere la propria lingua. Ma questo tema continua ad essere utilizzato  per dividere i nordafricani in arabi e berberi e per mantenere l'ombra del "separatismo berbero" come una spada di Damocle, per limitare le libertà e restringere le fila intorno al dittatore di turno. 

I Cabili convivono con gli arabi di Algeria ormai da secoli, se non millenni. A livello culturale e sociale (e lasciando da parte le questioni politiche) qual è il grado di intergazione e assimilazione tra questi due popoli?

La popolazione Nord Africana è al 90% di origine berbera. Dalle isole Canarie fino all'oasi di Siwa nel sud ovest dell'Egitto, e dal Mar Mediterraneo fino al Sahel.  Non ci sono arabi in Nord Africa. O ce ne sono veramente troppo pochi per giustificare la definizione di due popoli che convivono sullo stesso territorio. In Nord Africa ci sono berberofoni e arabofoni. Popolazioni berbere che progressivamente attraverso i secoli hanno adottato la lingua e la cultura araba e si considerano Arabi, e altre che hanno tenuto lingua e cultura. Non c'è una frontiera geografica o etnica tra le due componenti della società nordafricana. Nella stessa famiglia si può trovare un ramo  arabofono (spesso nelle città) e un altro berberofono (nelle campagne). I Cabili sono una delle numerose comunità berberofone rimaste in Nord Africa. Se ne trovano dappertutto. Anche se in Libia e Tunisia sono piccole e minoritarie. In Algeria e Marocco sarebbero addirittura la maggioranza se si facesse un censimento su base linguistica.    La comunità Cabila è la più grossa di queste popolazioni. Circa 6 milioni raggruppati in uno stesso territorio. È questo forse che ne fa la zona più "problematica" di tutto il Nord Africa.  La Cabilia è stata l'artefice dell'indipendenza dell'Algeria. Ha fornito l'essenziale delle truppe dell'Esercito di Liberazione Nazionale e più della metà del circa 1 milione di morti in quella guerra durata sette anni. Il suo destino è inseparabile da quello dell'Algeria. In Algeria non esistono discriminazioni su base etnica per quanto riguarda il lavoro, l'istruzione, la sanità... Nella società si vive tutti insieme, non ci sono scontri su base etnica. Resiste soltanto un problema politico di riconoscimento della cultura e di isolamento politico (e spesso anche economico) della Cabilia, ma è soltanto perchè è la regione che più di tutte disturba la quiete della dittatura di Algeri. 

Nel suo libro descrive varie tipologie di “esule”: il povero, la vedova, l'orfanello.. In che modo è possibile riscattarsi da questa condizione?

L'esule per me non è chi prende e se ne va altrove. Può essere anche quello ma non soltanto, non sempre. Uno può sentirsi a casa altrove, e straniero a casa propria. L'esilio di cui parlo io è la condizione di non fare parte del branco, della maggioranza. è quella sensazione di non essere riconosciuto o di non riconoscere gli altri che ci stanno attorno. Tra le storie c'è ad esempio (Addio Parigi) quella di uno che partendo per l'esilio, quello fisico, scopre di starci molto bene e capisce anche che durante tutta la sua gioventù, da povero orfanello abbandonato in mezzo ad una comunità montanara, lui era esule nella propria terra. Ma io non considero nemmeno come negativo l'esilio. Non è né negativo né positivo. Come mi diceva Mahmud Darwish in una intervista, un giorno che era di passaggio a Torino poco prima della sua morte, " L'esilio fa parte di noi. Quando siamo in Patria abbiamo la patria attorno e l'esilio dentro. Quando siamo in esilio, abbiamo l'esilio attorno e la patria dentro. Tutto qua." Io credo Quindi che se uno è esule comunque, meglio vale essere esule per scelta, ovvero scegliere il proprio esilio.Scegliere di essere in quello che ci sembra giusto. Cioè sempre dalla parte della minoranza del momento. Dalla parte degli oppressi, dei capri espiatori. Mai dalla parte degli oppressori. 

Karim Metref: Nasce in Algeria nel 1967 in un villaggio montuoso della Cabilia e si trasferisce in Italia nel 1998. Si laurea in scienze dell'educazione e svolge la professione di insegnante fino all'anno della sua partenza per l'Italia. Da sempre impegnato nella lotta per i diritti e la tutela dei popoli più deboli e oppressi, ha collaborato con diverse riviste (Carta, Cemmondialità, Guerra e pace), stazioni radiofoniche (Radio Torino Popolare) e siti internet (Migranews, Peacereporter e Asaka-Italia, di cui è uno dei più importanti redattori, e Letteranza.org, da lui fondato). Ha scritto diverse opere, alcune a carattere educativo per l'infanzia, altre di impegno politico, tra cui Caravan to Baghdad del 2007. Attualmente è residente a Torino