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Bahrain: la perla della finanza islamica

Radiografia di un’economia del terzo millennio

Di Lahem al-Nasser – Asharq Alawsat (6/7/2010). Traduzione a cura di Filippo M. Ragusa

Bahrain: la perla della finanza islamica Il Regno del Bahrain occupa un arcipelago di circa 33 isole. La più grande, che dà il nome all’arcipelago e allo stato, occupa l’83% della sua superficie, circa 591 chilometri quadrati. La capitale Manama è situata nella parte nordorientale di quest’isola. La popolazione del Bahrain è di circa 738 mila abitanti, per l’82 per cento musulmani, cristiani per il 9%, mentre il 9% restante professa altri culti. Il tasso di alfabetizzazione è dell’89%; il rateo di sviluppo e il grado di apertura dell’economia sono fra i più alti nel Medio Oriente. Nonostante sia considerato un paese petrolifero – circa il 40% del PIL deriva dall’estrazione di idrocarburi – le riserve di greggio del Bahrain sono limitate e stanno per esaurirsi. La classe politica, che ne è bene al corrente, ha provato a diversificare le fonti di reddito del paese promuovendo altre attività economiche, concentrandosi sul turismo e sulla finanza.

Il settore finanziario è particolarmente interessante: il regno prova da sempre a sfruttare la sua posizione per proporsi come un importante centro finanziario regionale. Grazie a questa iniziativa, il Bahrain è divenuto una delle destinazioni preferite dagli operatori finanziari internazionali; quanto a numero di banche e istituzioni finanziarie accreditate, è secondo solo alla Svizzera. Oggi in Bahrain operano circa quattrocento fra banche, società d’investimento e assicurazioni, che contribuiscono al PIL per il 27%. Nel regno la finanziario è pure la principale fonte di impiego: il 67% dei cittadini bahreiniti, circa quattordicimila lavoratori, è impiegato nel settore.

Il governo del Bahrain non si è accontentato di creare un centro finanziario convenzionale: si è impegnato a farne un polo della finanza creativa, aprendolo al sistema bancario islamico in un momento in cui questo non aveva ancora attirato l’attenzione di tutto il mondo. In Bahrain la banca islamica è stata considerata il futuro dell’industria finanziaria nella regione. Nel tempo questa intuizione si è confermata acuta: oggi i centri finanziari internazionali si contendono gli istituti finanziari e le corporation islamiche.

Il Bahrain è uno dei massimi centri di finanza islamica al mondo e conta 45 società finanziarie islamiche attive sul suo territorio, 26 delle quali sono banche islamiche, le altre 18, compagnie di takaful. Nell’ultimo decennio, il totale degli asset islamici si è moltiplicato più di dodici volte: da 1,9 miliardi di dollari nel 2000 a 26,3 miliardi registrati nel 2009. Nel 2000 gli asset islamici erano poco più dell’un per cento del totale nazionale, mentre l’anno scorso avevano superato l’11%. Negli ultimi cinque anni, il volume del comparto islamico nell’industria finanziaria bahreinita è cresciuto fra il 15 e il 20% l’anno.

Bahrain: la perla della finanza islamica Queste cifre impressionanti raccontano il successo del piccolo regno nel campo della finanza islamica: un fenomeno tutt’altro che spontaneo, risultato di un lavoro capillare e di una pianificazione strategica a lungo termine. Quando altrove i mercati erano contrari – o tutt’al più indifferenti – a questo settore, in Bahrain si lavorava per attivarlo, rinforzarlo e svilupparlo. Oggi è difficile che un istituto finanziario islamico non abbia nessun rapporto con il Bahrain, sia che il piccolo regno del Golfo gli fornisca supporto finanziario, o copertura legale, o ne ospiti la sede centrale, o tutte e tre le cose assieme. Oltre a sviluppare le infrastrutture dell’industria finanziaria islamica, il Bahrain aderisce all’IFSB (Islamic Financial Services Board, Consiglio dei servizi finanziari islamici), che ha sede in Malesia; è membro fondatore e sede di diversi altri organi regolatori e fornitori di servizi della finanza islamica, come l’AAOIFI (Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institutions, Organizzazione per la contabilità e l’auditing per le istituzioni finanziarie islamiche), l’LCM (Liquidity Management Center, Centro per la gestione della liquidità), l’IIFM (International Islamic Financial Market, Mercato finanziario islamico internazionale), l’IIRA (Islamic International Ratings Agency, Agenzia islamica internazionale di rating) e il CIBAFI (General Council for Islamic Banks and Financial Institutions, Consiglio generale per le banche e le istituzioni finanziarie islamiche). Parlando di legislazione e supervisione, il Bahrain è uno dei pochi stati dove vige una legislazione specifica per la finanza islamica, e dove opera un organo sharaitico supremo legato alla Banca centrale. Il Bahrain è stato anche uno dei primi paesi ad emettere sukuk sovrani; continua a farlo tuttora, a dispetto della crisi finanziaria globale, confidando nel punteggio eccellente che gli attribuiscono gli organi di rating. Il governo bahreinita lavora senza sosta per promuovere la finanza islamica, tenendo il personale al passo con i tempi e i mercati aperti. Delle conferenze, seminari e laboratori che organizza, alcuni hanno tanto successo da essere diventati appuntamenti annuali irrinunciabili: è il caso della Conferenza mondiale sulla banca islamica, giunta di recente alla sedicesima edizione. Spesso questi eventi si tengono sotto la supervisione diretta del Governatore della Banca centrale, Rasheed al-Maraj. Basti ciò a dare la misura del sostegno di cui gode la finanza islamica in Bahrain. È questo il segreto della perla della finanza islamica.

filippomaria.ragusa@arabismo.it

www.aawsat.com

Takaful: è un contratto di assicurazione islamica. Poiché nella finanza islamica i negozi aleatori sono considerati illeciti, nel takaful il rischio viene condiviso tra gli assicurati e la società assicuratrice.

Organo sharaitico: nelle società finanziarie islamiche opera un consiglio sharaitico, composto da esperti nella legge islamica, con l’incarico di valutare la legittimità islamica delle operazioni compiute dalla società.

Sukuk: sono certificati d’investimento emessi secondo i precetti della finanza islamica, analoghi alle obbligazioni. La shari’a vieta di percepire un interesse slegato da un rischio: perciò, il profitto dei sukuk è sempre legato ai guadagni generati da un progetto indipendente, spesso attivo nella sfera immobiliare o delle infrastrutture.