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Gli specchi del divenire

Due poetesse yemenite: immagini e mutazioni

Articolo a cura di Carlotta Caldonazzo

Gli specchi del divenire 13/06/2010 - Le due poesie di Nabila al-Zubayr e Ibtisam al-Mutawakkil presentate possono essere considerate due modi di dare vita poetica alla coscienza: alle sue risposte al contesto e alla sua affermazione di sé nella scoperta del dolore.

Nabila al-Zubayr in Ade o “n” proposta per l’inferno presenta una successione di azioni, o più propriamente re-azioni, inquadrate in una struttura circolare, in cui l’immagine finale riprende quella iniziale. La bambina che cade e arrossisce, ma supera il dolore della caduta imboccando nuove vie; il poliziotto che lava la stanchezza dai sandali, recupera le forze fermandosi; curiosità e paura dei bambini intorno ad una fontana, che appare loro profonda come un pozzo e da cui gli occhi escono per vedere le cose gialle e strane; la donna che ascolta il borbottare di un mendicante e due bambini di fronte alla vetrina. Chi raccoglie le rovine di un palazzo crollato o che sta per crollare non commette un furto, anzi, la sua è una di ri-semantizzazione di qualcosa che ha perso la sua funzione. Le strade, allo stesso modo, sono tali in quanto sono percorse, dunque un blocco sia pure momentaneo le espone ad una riconsiderazione, come quella del bambino nella cui bocca i semafori rossi si accumulano, per essere poi sputati al semaforo successivo. La strada, la sua direzione vengono svelate dalle tracce che vi lasciano impresse i passanti nel momento in cui scelgono uno dei percorsi possibili. Davanti ad un errore imprevisto invece, all’interno della situazione frutto dell’interazione tra l’uomo e il suo contesto, si produce una lacerazione: l’uomo con la janbiya (pugnale tradizionale yemenita) maledice lo specchio che ha inghiottito il succo da lui rovesciato. Le ultime immagini sono l’albero infernale sotto il quale siedono le donne, la fine di due bambini, uno investito da un carro, l’altro avvelenato dalle vetrine invitanti e infine oggetti che attraggono l’attenzione solo per un momento ma restano fuori dall’universo di significati creato dall’uomo. In chiusura la stessa bambina, rossa in volto dopo la caduta, dopo che il sole si è infranto ai piedi dell’asfalto, è pronta a scrollarsi di dosso la polvere per riprendere il suo cammino. Scriveva Karel Toman: l’unica legge è germogliare e crescere, crescere nella tempesta e nelle intemperie, a dispetto di tutto.

Si cade dunque e malgrado tutto (e tutti) ci si rialza, ma la scoperta del dolore rappresenta uno strappo insanabile, come la scoperta della nausea davanti alla quale Antoine Roquentin (nella Nausea di Sartre) esclama: nulla è cambiato eppure tutto esiste in un’altra maniera. L’alterazione di alif –ba’-ta’ di Ibtisam al-Mutawakkil considera proprio questo mutamento improvviso, provocato dalla scoperta del dolore e proiettato sulle cose. La trasformazione si estende dalla coscienza al linguaggio, l’alfabeto si altera, ovvero la tristezza scoperta penetra nei mattoni dei significanti (le lettere dell’alfabeto) come in quelle degli oggetti designati. Ad essere diverso è il suono interiore delle parole, dunque delle lettere che le compongono, poiché l’individuo nell’atto di attribuire un significato alle cose, immette nelle parole un elemento connotativo irripetibile. Da questo momento ciascuno ha la propria lavagna, ciascuno altera l’alfabeto per firmare le sue sofferenze.

La percezione e il linguaggio sono due dimensioni dell’esistenza in cui l’uomo proietta le sue scelte in relazione al contesto in cui si trova ad agire. La percezione degli oggetti esterni cambia non soltanto perché a seconda delle intenzioni dell’individuo alcuni di essi assumono più importanza di altri: muta piuttosto la loro sostanza, il loro contenuto di significazione, dal momento che è l’uomo ad attribuire ad essi un significato. Con ciò si intende che, anche se una pietra resta una pietra, può essere di volta in volta considerata, ad esempio, “ostacolo” o “protezione”. Le conseguenze delle azioni nello spazio fisico si possono paragonare a quelle degli enunciati (una sorta di “azioni linguistiche”) nell’uso linguistico (come se questo fosse lo spazio virtuale dei comportamenti verbali). Su entrambe si esercita inevitabilmente la libertà (dunque la responsabilità) dell’uomo.

redazione@arabismo.it

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